Quando la danza ci com/muove

Roma, Auditorium Parco della Musica 15 02 2010. Equilibrio - Festival della nuova danza. Omaggio a Pina Bausch, Cristiana Morganti in "Moving with Pina". ©Musacchio & Ianniello

Cristiana Morganti in “Moving with Pina”. ©Musacchio & Ianniello

MILANO. L’intenzione del corpo. L’urgenza del movimento. L’amore assoluto per la danza. Il gesto quotidiano che diventa partitura coreografica. La verità nell’assenza di decorativismo.  Accade alla Triennale Teatro dell’Arte, dove Cristiana Morganti, danzatrice storica del Wuppertal Tanztheater Pina Bausch, è in scena con il suo Moving with Pina. Ieri la prima, oggi la replica. Un lavoro nato nel 2010 in omaggio a Pina Bausch, scomparsa improvvisamente nel giugno dell’anno precedente. 

Moving perché con Pina movimento era ed è ciò che muove e commuove.

Ho adorato questo pezzo dalla prima volta in cui l’ho visto, tanti anni fa: per me come per tanti altri della mia generazione cresciuti amando i “pezzi” di Pina, inseguiti ovunque arrivassero in Italia e non solo, fin da poco più che adolescenti, questa conferenza danzata di Cristiana Morganti fu innanzitutto un regalo. Un viaggio nella memoria trasportati dalla inconfondibile capacità di ironia e auto-ironia di Cristiana dentro e fuori un repertorio di pezzi e immagini indimenticabili: La Sagra della Primavera, Kontakhof, 1980le famose camminate in tacco a spillo, gli abiti fascianti, la capacità di ammiccare al pubblico, non per piaggeria, ma per condividere una sensazione, la verità delle relazioni messe in scena. Un pezzo di vita. 

Roma, Auditorium Parco della Musica 15 02 2010. Equilibrio - Festival della nuova danza. Omaggio a Pina Bausch, Cristiana Morganti in "Moving with Pina". ©Musacchio & Ianniello

Cristiana Morganti in “Moving with Pina”. ©Musacchio & Ianniello

Sono tornata a vedere Moving with Pina per condividerlo con allievi e docenti della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala e del loro Liceo Coreutico nato l’anno scorso. Chiedendomi: chissà cosa Moving with Pina significa per un danzatore giovanissimo, cresciuto con altri modelli, calato nell’oggi, chissà come è vedere questo spettacolo senza essere stati segnati da tanti titoli Bausch? Qualcosa che può capitare anche a un adulto, a chiunque arrivi a teatro da altre esperienze di visione, da altre esperienze di vita, studi, mestieri.

Quasi dieci anni sono passati dalla morte di Bausch, non è poco. Eppure ieri sera, alla Triennale, si è respirato un sentire partecipato tra le diverse generazioni del pubblico. La comunicazione da parte di Cristiana di un pensiero luminoso su  cosa possa essere la danza, su cosa possa dire un movimento, su come una domanda possa diventare l’ispirazione di una danza, su quanto la coreografia stessa possa portare il corpo, la persona, a diventare tramite diretto di un percorso vitale. Come accade con la composizione coreografica della Sagra della primavera

Qualcuno di chi c’era vuole commentare?  Lo potete fare qui.

Segnarsi intanto in agenda che Cristiana Morganti è di nuovo in Italia il 28 novembre, al Teatro Fraschini di Pavia con l’esilarante Jessica and me. Ne ho scritto su danzon in occasione del debutto a Reggio Emilia. Chiudo con una richiesta: che sia di nuovo in scena in Italia il focoso, personalissimo, iper-danzato terzo pezzo di Morganti di cui ho già scritto qualcosa su danzon: A fury tale

Jessica and me. Foto Claudia Kempf

Jessica and me. Foto Claudia Kempf

 

A Fury Tale. foto Alfredo Anceschi

A Fury Tale. foto Alfredo Anceschi

 

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Sfavillio Bol’šoj alla Scala

Alyona Kovalyova e Jacopo Tissi foto Damir Yusupov

Alyona Kovalyova e Jacopo Tissi foto Damir Yusupov

Sarà il nostro Jacopo Tissi, primo italiano nella storia a essere assunto nel Balletto del Bol’šoj, a danzare ne La Bayadère domani sera accanto alla talentuosa Alyona Kovalyova nella sfavillante tournée della compagnia moscovita al Teatro alla Scala. Per Jacopo, diplomato alla Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala nel 2014 con 30 e lode sotto la direzione di Frédéric Olivieri (oggi direttore del Ballo della Scala), è un emozionante ritorno a casa: lasciò da “aggiunto” la Scala ai tempi della direzione di Bigonzetti, ora torna su palcoscenico milanese come Leading Soloist del Bol’šoj, chiamato a Mosca dall’attuale direttore del Ballo Makhar Vaziev, che, quando era alla testa del Ballo della Scala, l’aveva lanciato al Piermarini facendolo danzare, giovanissimo, nel ruolo del Principe accanto a Svetlana Zakharova. E quindi che attesa artistica e mediatica su questo debutto! 

Svetlana Zakharova e Denis Rodkin foto M. Logvinov

Svetlana Zakharova e Denis Rodkin foto M. Logvinov

Nel frattempo un vero piacere per gli occhi godersi al Teatro alla Scala la tournée aperta venerdì sera con La Bayadère nel fiabesco allestimento di Nikolay Sharonov per la ripresa coreografica di Yuri Grigorovich dal capolavoro di Marius Petipa del 1877 sulla musica di Ludwig Mingus per la bacchetta di Pavel Sorokin e l’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala. Scintillante grandeur per Svetlana Zakharova e Denis Rodkin, coppia protagonista del primo cast, un incanto di musicalità della linea la Nikija di Olga Smirnova, in partnership magnetica ieri sera con Semyon Chudin, artista dalla tecnica di magistrale naturalezza.

Olga Smirnova foto Damir Yusupov

Olga Smirnova foto Damir Yusupov

Semyon Chudin foto Mikhail Logvinov

Semyon Chudin foto Mikhail Logvinov

Gamzatti ha avuto il volto di Olga Marchenkova alla prima, solida ballerina, anche se le abbiamo preferito Margarita Shrainer, la Gamzatti di ieri sera, più volitiva e regale. Corpo di ballo e solisti al top per la superba armonia degli insieme e le scintillanti variazioni. Impeccabile il Regno delle Ombre, atto bianco che ancora oggi svetta tra i capolavori di Marius Petipa, padre del grande balletto russo, di cui merita rileggersi Le Memorie (editore Gremese) e i minuziosi Diari (editore DNZ) curati entrambi dal critico e storico della danza Valentina Bonelli

Il regno delle ombre foto Damir Yusupov

Il regno delle ombre foto Damir Yusupov

Da martedì a giovedì Bol’šoj new look con la Bisbetica domata di Jean-Christophe Maillot.

 

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Sul fluire delle emozioni

Nino Sutera e Virna Toppi in Mahler 10 di Aszure Barton

Nino Sutera e Virna Toppi in Mahler 10 di Aszure Barton

MILANO – Trittico all’insegna della grande musica e delle declinazioni infinite della danza del Novecento. Ha debuttato ieri al Teatro alla Scala il programma a tre firme composto dalla creazione in prima mondiale Mahler 10 della coreografa canadese lanciata anni fa da Mikhail Baryshnikov, Aszure Barton, da Petite Mort, ripresa di uno dei capolavori di Jíři Kyliàn, e da un altro hit della modernità: il Boléro di Béjart, per la prima volta interpretato da Roberto Bolle. Un trittico che accosta a tre particolarissimi segni coreografici tre giganti della musica come Mahler, Mozart e Ravel. Serata speciale dedicata alla memoria di Elisabetta Terabust, étoile italiana nonché direttrice appassionata di tanti corpi di ballo, tra cui anche quello della Scala, scomparsa alcune settimane fa. 

Mahler 10, scenografia di Burke Brown, costumi di Susanne Stehle

Mahler 10, scenografia di Burke Brown, costumi di Susanne Stehle

Aszure Barton per Mahler 10, creazione sul trascinante Adagio dell’ultima sinfonia composta da Mahler prima di morire, ha lavorato a stretto contatto con i danzatori: otto di loro hanno parti da solista, ma la coreografia ha un impatto corale, un’onda collettiva e commovente che fluisce per la scena. Gli otto solisti, alla prima Nino Sutera, Virna Toppi, Nicola Del Freo, Antonella Albano, Stefania Ballone, Christian Fagetti, Federico Fresi e Chiara Fiandra, hanno elaborato il movimento insieme a Aszure a partire da gesti creati in riferimento a loro storie personali: sensazioni di luce e di dolore, di felicità e tragedia che la coreografa ha saputo poi trasformare con mano salda in un pezzo non narrativo quanto emozionante. Un’esperienza umana oltre che artistica che i danzatori hanno condiviso con feconda partecipazione e sincerità come traspare dalla bellezza del pezzo. 

Petite Mort di Kyliàn

Petite Mort di Kyliàn

Assente dalla Scala da dieci anni, torna a brillare al Perimarini Petite Mort di Jíři Kyliàn, intramontabile pezzo sull’amore e il culmine dell’unione fisica che inanella passi e due e momenti d’insieme sull’Adagio e sull’Andante dei Concerti per pianoforte e orchestra n. 23 e n. 21 di Mozart. Sei le coppie coinvolte che hanno visto in scena Nicoletta Manni e Mick Zeni, Martina Arduino (sempre più brava) con Christian Fagetti (apprezzato anche in Mahler 10), Nicola Del Freo (anche lui in doppio ruolo) con Francesca Podini, Vittoria Valerio e Matteo Gavazzi, Chiara Fiandra e Eugenio Lepera, Alessandra Vassallo e Marco Agostino. 

Roberto Bolle ie i ballerini della Scala n Bolero di Béjart

Roberto Bolle e i ballerini della Scala in Boléro di Béjart

Chiusura serata con uno dei pezzi culto di Maurice Béjart, quel Boléro che negli anni (il balletto è del 1961) ha visto alternarsi sopra l’inconfondibile tavolo rosso uomini e donne come la seduttiva ballerina jugoslava Duška Sifnios (la prima), il ballerino feticcio Jorge Donn, belva da palcoscenico con quella chioma fulva scossa a ogni avanzare del crescendo, la nostra Luciana Savignano, di memorabile, misteriosa sensualità, Maja Plissetskaja, Patrick Dupont, Sylvie Guillem. Interpretazioni diversissime, perché il bello del Boléro è che su quel famoso tavolo non c’è nessun personaggio da interpretare se non far emergere se stessi nel travolgente crescendo musicale. Alla Scala è ora la volta di Roberto Bolle, applauditissimo alla prima in questo balletto coreografato da Béjart con folgorante erotismo, una parte che da molti anni l’artista desiderava affrontare e che ha modulato a misura del  suo adamantino appeal. Intorno a lui il corpo di ballo maschile scaligero sfodera una provocante sensualità. Accanto a Bolle, alla Scala danzano il ruolo anche i ballerini della compagnia di Béjart, Elisabet Ros (29 marzo) e Julien Favreau (30 marzo), ma è molto atteso anche il debutto nella strepitosa parte di tre dei più giovani e promettenti talenti scaligeri: le nuove due prime ballerine Martina Arduino (13 pomeriggio e 27 sera) e Virna Toppi (25 marzo e 7 aprile) e Gioacchino Starace (5 aprile). Orchestra diretta appassionatamente da David Coleman, repliche fino al 7 aprile. 

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Un’ora con Marianela Nuñez

L’incontro con una stella del balletto è un momento speciale per bambini e adolescenti che hanno scelto la danza come loro percorso di crescita. E quando avviene con un’artista di rango nonché generosa e solare qual è Marianela Nuñez, Principal del Royal Ballet di Londra, si può essere certi che nella vita dei giovani tersicorei lascerà un segno. 

È successo in questi giorni alla Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala dove Marianela Nuñez è stata invitata dal direttore Frédéric Olivieri a tenere alcune lezioni alle classi femminili più avanzate e a incontrare tutta la scuola. Una bella occasione per intervistarla insieme gli allievi, per ascoltare la sua storia, sentirla rispondere ai ragazzi. Ecco come è andata.IMG_1693

Come ha iniziato a danzare? 

«La mia è una storia molto tradizionale. Ho tre fratelli maschi. Mia mamma, stufa del football, felice di avere finalmente anche una femmina, pensò di mandarmi da piccolissima a lezione di balletto. Ero sempre vestita di rosa e ho iniziato a ballare tre anni. A cinque ero certa: voleva diventare una ballerina, una grande ballerina. Studiavo in una piccola scuola nei dintorni di Buenos Aires ed ero assai concentrata. Quando i miei compagni mi sembravano distratti, li sgridavo… Prendevo la cosa molto seriamente. (ride) 

La mia maestra disse che avevo talento e che era il caso di mandarmi a studiare nella scuola del Teatro Colón. Avevo otto anni quando entrai. Il corso intero di studi dura dieci anni. Io ne ho fatti cinque perché quando avevo tra i tredici e quattordici anni mi vide Maximiliano Guerra, grandissimo ballerino che è stato più volte anche alla Scala e che mi chiese di ballare con lui. Ero davvero giovanissima! Lasciai la Scuola e cominciai a danzare in compagnia. Sentivo la pressione di questa scelta ma ero anche felice. Guerra è stato un padrino per me. Non solo per l’opportunità che mi ha dato, per l’esperienza che mi ha trasmesso, ma per la cura nei miei riguardi. È ancora lui che mi disse: «hai talento, devi andare a ballare in Europa, o con l’Hamburg Ballett o con il Royal Ballet di Londra». La prima audizione che feci fu con il Royal. Dirigeva la compagnia Anthony Dowell. Mi offrì subito un contratto. Ma quando stavo per firmarlo realizzò che ero troppo giovane! Per entrare in compagnia dovevo avere almeno 16 anni e io ne avevo 15… Mi propose una soluzione: tornare a Scuola per un anno, nella Scuola del Royal, e poi entrare. Accettai».

IMG_1692Sarà stato difficile tornare a studiare a Scuola….

«Sì, ma è stata la scelta migliore. Difficile all’inizio da accettare, ma se mi guardo indietro, che esperienza! Ho imparato la lingua, ho studiato lo stile, la scuola del Royal Ballet mi ha nutrito, è stata la mia famiglia. L’anno dopo sono entrata in compagnia. Un altro grande incontro a diciassette anni. Carlos Acosta doveva danzare Diana e Atteone con Leanne Benjamin, che però si era fatta male. Carlos sapeva la mia storia, chiese di danzare con me. Andò bene e venni promossa first soloist». 

Da corpo di ballo a prima solista e poi a Principal…

«Sì, Principal sono diventata nel 2000. Ma ci tengo a segnalare quanto sia importante danzare nel corpo di ballo, cambiare ruolo negli stessi balletti. Al Royal Ballet anche da Principal ho continuato a danzare più parti. Anche in Bella Addormentata a volte faccio Aurora, a volte la Fata dei Lillà e conosco bene tutti i ruoli. Bisogna avere un grande rispetto del corpo di ballo e delle diverse parti. Penso alle fate, che variazioni! Un balletto non è mai fatto solo dalla ballerina principale, la performance è il risultato di un insieme. Capire questo significa avere amore e rispetto per l’arte della danza». 

(dagli allievi): Qual è il suo ruolo preferito? 

«Impossibile rispondere. È come se fossi una mamma e dovessi dire quale figlio preferisco. Posso solo dire che mi ritengo molto fortunata a poter danzare i grandi classici come Bella Addormentata accanto a coreografie di maestri come Balanchine, Cranko, MacMillan e di artisti più giovani. Quando ho iniziato, siccome ero molto forte tecnicamente, mi proponevano ruoli particolarmente virtuosistici, ma io già desideravo mettermi alla prova anche in parti più emozionali. Adoravo balletti come Romeo e Giulietta, L’Histoire de Manon. Nella mia prima Bajadère feci Gamzatti, ma già avrei voluto danzare la parte drammatica di Nikija. Alla fine ci sono riuscita e oggi nel mio repertorio ci sono ruoli con sfumature e caratteristiche molto diverse». 

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(dagli allievi): Partner preferiti?

«La partnership è qualcosa quasi di chimico, un’unità che non nasce in scena, ma si sviluppa durante le prove in studio. Ognuno di noi ha il proprio ego, le proprie insicurezze e con il partner deve scattare quella comprensione reciproca che può anche poi diventare una sfida a trovare nel balletto nuove soluzioni. Ancora una volta vi dico che sono stata fortunata. Ho avuto sempre magnifici partner, qui ce n’è uno, Alejandro Parente (Principal del Colón, alla Scuola con Marianela per alcune lezioni ai maschi), o Vadim Muntagirov con cui ballerò a febbraio a Londra Bella Addormentata che sarà anche al cinema in Italia in diretta da Londra il 28 febbraio e in due passi a due agli Arcimboldi nel gala di Roberto Bolle questa settimana». 

Tra i tanti balletti che ha interpretato ci sono L’Histoire de Manon che ha appena nominato e di cui c’è anche un breve documentario sul website del Royal Ballet che la vede provare l’ultimo passo a due con Federico Bonelli e l’Onegin di John Cranko che verrà a danzare a settembre alla Scala con Roberto Bolle.

«Principal sono diventata a 20 anni, ma la parte di Manon l’ho danzata la prima volta a trent’anni. Avevo ballato tutte le parti di quel titolo di MacMillan, il corpo di ballo, le prostitute, è stato un viaggio incredibile nel balletto che poi ho danzato come Manon anche per la diretta al cinema del Royal. Un titolo magnifico. Onegin, altro balletto di grande emozione, non l’ho mai danzato con Roberto Bolle: conto i mesi che mancano… ma il balletto lo conosco bene. Tante volte ho danzato la parte di Olga, così la prima volta che ho fatto Tatiana in prova conoscevo già tutto il ruolo. Vivere lo stesso titolo da più punti di vista è davvero un’esperienza preziosa».

(dagli allievi): Cosa ha provato la prima volta che ha danzato sul palcoscenico del Covent Garden?

«Quando sono entrata in compagnia, il Covent Garden era in restauro. Quando è stato riaperto, danzavo Bajadère nel corpo di ballo. Mi ricordo l’emozione prima di entrare e la sensazione di sentirmi vicina al sogno che avevo da bambina».

(dagli allievi): Cos’è per lei essere diventata una Principal?

«Trovare le parole non è facile. Certo mi anima da sempre una grande passione. Sono certa che quando dovrò smettere non troverò qualcosa da amare nello stesso modo della danza. Posso però dire, come Principal, di sentire una grande responsabilità nei confronti dei giovani, dei ballerini appena entrati in compagnia che sono come ero io. Sei un esempio ed è essenziale comunicare l’amore e il rispetto per questa magnifica forma d’arte. Lasciare qualcosa agli altri».

(dagli allievi): Per lei ballerini si nasce o si diventa?

«È veramente difficile rispondere. Magari nasci con un fisico perfetto per la danza, ma non diventerai mai una ballerina, o al contrario hai dei difetti da correggere ma una tale determinazione che ce la fai. Certo se il corpo è dotato, sei avvantaggiato, ma davvero non saprei. La danza è qualcosa che va forse al di là di questa prospettiva. È lavoro e rispetto. È vero però che quando racconto che a cinque anni ero certa di voler diventare una ballerina, non è un cliché, è la verità e me lo ricordo molto bene. Non avevo mai visto un balletto prima dei cinque anni, ma volevo danzare. Quindi forse, chissà, sono nata per la danza. Però ci penso, e forse domani avrò una risposta migliore…»

DOVE VEDERLA DANZARE in Italia: stasera e domani pomeriggio al Teatro degli Arcimboldi di Milano nel gala Roberto Bolle and Friends. Insieme con Vadim Muntagirov del Royal Ballet nei due pas de deux dal terzo atto di Bella Addormentata e Lago dei cigni.

al cinema il 28 febbraio, in diretta dal Covent Garden di Londra con il Royal Ballet. Elenco delle sale su Nexo Digital

Al Teatro alla Scala, in Onegin con Roberto Bolle, 23, 26, 28 settembre; 12, 18 ottobre.

 

 

 

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Highlights di stagione

Sono assente dal mio blog da troppo tempo. Colmiamo il vuoto con tre highlights di stagione. ©A.Anceschi-0096

Il primo è A fury tale di Cristiana Morganti, danzatrice storica di Pina Bausch, più di vent’anni nel Wuppertal Tanztheater, qui al suo terzo lavoro indipendente, un formidabile duetto con le fulve interpreti Breanna O’Mara e Anna Fingerhuth. Un racconto esilarante, poetico, umano. Temi la lotta, la complicità, l’autobiografia, la finzione, il tempo che verrà, la seduzione, la salute, la consapevolezza del corpo. Contrasti al femminile danzati con dinamiche armoniose, appuntite, solitarie, drammatiche, fanciullesche dalle quali non manca il registro verbale nella confessione di sé. Collage musicale allergico alla noia, tagli imprevedibili (che piacere) tra scena e scena. E un segno coreografico ricco di grande danza. Morganti colpisce nel segno con la sua inconfondibile ironia e la capacità di un affondo nelle cose attraverso la leggerezza. Prodotto dal Funaro di Pistoia e dalla stessa Morganti.

dove lo abbiamo visto. Alla Cavallerizza di Reggio Emilia per il Festival APERTO. prossime date. 3, 4 giugno 2017, Wuppertal; 16, 17 giugno al  Funaro di Pistoia.

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Il secondo è Cold Blood spettacolo in bilico tra cinema e danza firmato dalla coreografa e danzatrice Michèle Anne De Mey e dal regista Jaco Van Dormael. Una sorta di sequel di quel meraviglioso Kiss and Cry che a Torinodanza ci fece scoprire negli anni scorsi le incredibili possibilità delle nanodanze. Duetti danzati dalle dita delle mani in microscenari da fiaba che occupano live lo spazio contemporaneamente alla ripresa sullo schermo.   Magia di una visione comparata tra quello che avviene in penombra sulla scena, dove scorgiamo la creazione degli scenari, le telecamere in movimento, l’azione dei danzatori, e la trasformazione sullo schermo. Tema la morte e le sue possibili declinazioni. Un viaggio per riscoprire la passione per la vita. foto Julien Lambert©

dove lo abbiamo visto. Festival Torinodanza, Fonderie Limone di Moncalieri. link teaser. prossime date. dall’8 al 17 marzo 2017 al KVS (FR), Bruxelles.

Nicoletta Manni Timofej Andrijashenko ph Brescia e Amisano Teatro alla Scala 109_K65A8897

Il terzo è un classico. Il lago dei cigni nella versione curata da Alexei Ratmansky per il Corpo di Ballo della Scala, coproduzione internazionale tra il Piermarini e l’Opernahaus di Zurigo. Una versione speciale per rifar nascere l’originale di Petipa/Ivanon del 1895. I punti di forza? L’intreccio portante tra gesto pantomimico e balletto, un gesto non posticcio ma fortemente espressivo. E la danza? Non ci sono le gambe estese a 180° tipiche di oggi, che richiedono tempi più lenti, ma incredibili minuzie, rapidissimi passés al polpaccio, deboulés in mezza punta, trascinanti batterie e pirouettes danzate su un Ciaikovskij eseguito in brillante velocità. Un virtuosismo tutto da scoprire che si abbina alle linee arrondate dei port de bras, alle inclinazioni della testa, ai civettuoli épaulements. E poi Odette e le sue compagne cigno con i tutù che sembrano gonne, i capelli raccolti in lunghe code, un danzare che si fa racconto. Un ritorno al passato che diventa un punto di riferimento per il presente. Nell’immagine il 22enne Timofej Andrijashenko con la lirica (braccia e temperamento regali) prima ballerina Nicoletta Manni (foto Brescia e Amisano@Teatro alla Scala) coppia che si alterna con i commoventi Vittoria Valerio e Claudio Coviello, e i giovani Martina Arduino (da  seguire) e Nicola Del Freo.

dove lo abbiamo visto. Milano, Teatro alla Scala. dove è in questi giorni. Parigi, Palais des Congrés, 5, 10, 13 novembre (Manni/Andrijashenko), 9, 12 (Valerio/Coviello), 12 pomeriggio (Arduino/Del Freo).

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