Zappalà, creazione per Vienna


“Oratorio per Eva”con Maud de la Purification foto©Lorenzo Gatto

Autore e coreografo italiano, Roberto Zappalà è un nome di riferimento per la nostra danza. Il suo centro è a Catania, luogo di creazione e di moltissime attività per danzatori. Ne parliamo perché a giorni debutta al teatro Odeon di Vienna, per ImpulsTanz Specials (progetto speciale dedicato a due prime italiane in prima assoluta) con “Oratorio per Eva”, secondo step del progetto Transiti Humanitatis.
Dedicato a Eva, Eva biblica, prima donna e madre dell’umanità, è un racconto in prima persona sulla donna, fatto dalla stupenda danzatrice Maud de la Purifiction.

Maud de la Purification

Accompagnata dal violino e da un ensemble di musica barocca, la creazione rielabora un progetto sulla sofferenza del corpo e sulla bellezza. Progetto da un’idea di Zappalà e di Nello Calabrò. Il debutto viennese è dal 3 al 5 dicembre, a Scenario Pubblico di Catania il 12, 13, 14, 20, 21 dicembre.

Per chi non conoscesse il lavoro di Zappalà e il suo spazio a Catania, un’occhiata al corto che abbiamo realizzato qualche anno fa sulla compagnia.

12 minuti con Roberto Zappalà©Francesca Pedroni

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Kaori Ito&Aurélien Bory: “Plexus”


Kaori Ito in “Plexus” foto ©Mario Del Curto

Lui è Aurélien Bory, artista che ha firmato uno dei lavori più accattivanti del circo contemporaneo, lei è Kaori Ito, danzatrice giapponese dalla temperatura emotiva pungente, fisico iper-snodato, uno dei volti più noti dei les ballets C de la B di Alain Platel. Li abbiamo visti alle Fonderie Limone di Moncalieri per il festival Torinodanza in “Plexus”, creazione di Bory ideata sul talento particolarissimo di Ito, ambientato all’interno di una magica installazione attraversata da fili di nylon. Lo recensimmo sul Manifesto, ci torniamo su danzon perché lo spettacolo è di nuovo in scena in Italia, al Brancaccio di Roma da domani a domenica.

“Plexus” di Aurélien Bory

Si inizia nel silenzio con Ito di fronte al pubblico. Immobile, tiene la scena e l’attenzione del pubblico, con la sua presenza interrogativa. Kaori si passa un microfono sotto la canottiera e ascoltiamo il suo cuore, il pulsare ritmico del corpo, mentre il suo sguardo si estende sulla nostra attesa. Passerà poco tempo e verrà risucchiata dentro il telo nero di sfondo.

“Plexus” foto ©Aglaé Bory

L’occhio dalla platea cerca l’immagine nel buio. Riapparirà in un fluire di visioni, una sorta di box degli incanti nel quale i fili di nylon diventeranno scale, fughe verticali, piani orizzontali. Ito danza all’interno del box ed è un movimento che sembra miracolosamente ignorare le leggi di gravità, la fatica dell’elevazione, i pericoli di un off balance, la perdita d’equilibrio.
Ito pare sollevata nell’aria attraversata dai fili. Non lo è.
Non ci sono trucchi, né cavi, solo scarpe, mani prensili, una fisicità che sfida se stessa in uno spazio di cui sentiamo la resistenza e i vuoti improvvisi. Le gambe si attorcigliano intorno a gruppi di nylon, il corpo vola in avanti proteso in un disequilibrio fascinoso, fermato in pose impossibili da altri fili tesi. Di chi è questa danza tra vuoti e pieni, sospesa per aria, a chi appartiene questo corpo ingabbiato, eppure libero, che scivola verso il basso e risale per rimanere lunghi attimi fermo a mezz’aria?

“Plexus” foto ©Aglaé Bory

Novella e ipnotica donna ragno, Ito ci regala con Bory una visione concreta, tangibile (è vero corpo e non proiezione) quanto metaforica di quella utopica dimensione virtuale che fa parte del mondo contemporaneo. A spettacolo terminato, in molti a Torino ci siamo avvicinati alla scena, perché si vuole scoprire di cosa è fatto il magico box, perché si vuole entrare nel sogno, che, con Bory e Ito, è strepitosamente alla portata del tocco, un sogno che non scompare dentro uno schermo spento di un pc, tra inganni e stordimenti della fascinazione virtuale.

E poi c’è una scoperta. Kaori Ito è anche una curiosa filmmaker. Un occhio al suo sito per scoprire i suoi lavori. Qui ne condividiamo uno in cui Kaori non appare ma firma regia e realizzazione per danzatori e interpreti del calibro di Niklas Ek e Damien Jalet. Onirico.

“Niccolini”, film di Kaori Ito

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Morganti, danza e vis comica


“Jessica and me” di Cristiana Morganti, prodotto al Funaro di Pistoia

“Jessica and me” è il nuovo, esilarante assolo di Cristiana Morganti, danzatrice storica del Wuppertal Tanztheater di Pina Bausch che dopo il travolgente “Moving with Pina”, torna alla coreografia con un secondo, ottimo, pezzo. “Moving with Pina” era stato creato nel 2010, a ridosso della scomparsa di Bausch l’estate precedente. Un lavoro per ripercorrere con Morganti il mondo di Pina dall’interno.
Lo vedemmo nel delizioso spazio del Centro Culturale Il Funaro di Pistoia, luogo legatissimo al lavoro di Pina Bausch, che accoglie nella sua bella libreria l’Archivio Andres Neumann, custode di materiali preziosi del Wuppertal Tanztheater.

“Jessica and me”, foto@Antonella Carrara

Anche “Jessica and me” si intreccia alla storia del Funaro, che è produttore dello spettacolo e che ha curato la nascita del lavoro. E se il debutto dello spettacolo è avvenuto al Festival Aperto di Reggio Emilia, al Funaro, dove è stato realizzato anche il breve filmato in testa, sarà di nuovo in scena in dicembre l’11 e il 12. Altre tappe già annunciate di “Jessica and me”il 5 dicembre al Teatro Ermete Novelli di Rimini, il 7 alle Passioni di Modena, e poi Perugia (21/2/2015, Auditorium Parco della Musica, a Roma per il Festival Equilibrio (26,27/2), al Teatro Gioia di Piacenza (5/3), all’Astra di Torino il 9 e il 10 aprile.


Cristiana Morganti foto@Claudia Kempf

Di cosa parla lo spettacolo? Della capacità del distacco, dei dolori e della felicità del fare coreografia, dell’elaborazione del lavoro con Bausch da cui partire per trovare, oggi, una propria strada autonoma. Morganti ha un guizzo comico raro nella danza contemporanea, esilaranti sono i suoi drammi adolescenziali, con punte e tutù troppo stretti, intrecciati con gli anni a Wuppertal, la sua vita di oggi, i dialoghi con l’insopportabile, invisibile, giornalista Jessica che parla attraverso un registratorino. Recensito sul numero nuovo di Danza&Danza in edicola e sul Manifesto di sabato scorso.

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Sylvie Guillem, addio alle scene


Sylvie Guillem foto @Leslie&Spinks

Sylvie Guillem, icona della danza mondiale, unicità del corpo abbinata a un’intelligenza scenica e interpretativa di travolgente spessore, lascia le scene. L’ultima volta che l’abbiamo vista danzare è stato al Regio di Parma nella ripresa dell’ipnotico “Push” di Russell Maliphant, e sarà al Comunale di Modena che la rivedremo il 31 marzo 2015 per l’avvio della sua ultima tournée. “Life in progress” è il titolo dello spettacolo con cui ballerà in giro per il mondo fino al dicembre 2015. Si compone di due nuove creazioni, la prima a firma Akram Khan, per la sola Sylvie, la seconda di Russell Maliphant per Sylvie e la solista scaligera Emanuela Montanari. Il programma vedrà in scena Sylvie anche nell’assolo “Bye” di Mats Ek. Quarto titolo dell’imperdibile serata “Duo” di William Forsythe, per due protagonisti maschili.

Dichiara Sylvie: «Dopo 39 anni di pratica, ho deciso di fare il mio ultimo inchino. Il prossimo anno, nel 2015, farò il mio ultimo tour come ballerina, con una nuovissima produzione pensata per dire addio, con gratitudine e con enorme emozione. Presenterò nuovi lavori di Akram Khan e Russell Maliphant, oltre a due brani di Mats Ek e William Forsythe.
Ho amato ogni minuto di questi 39 anni e oggi ne godo ancora allo stesso modo. Dunque perché smettere? Molto semplice: perché voglio fermarmi mentre sono ancora felice di fare quello che faccio con orgoglio e passione. Inoltre… ho un amico, un agente segreto, al quale ho dato ‘licenzia di uccidere’ nel caso provassi a continuare a danzare più a lungo del dovuto! E francamente, mi piacerebbe risparmiargli questo compito. Ho iniziato bloccandomi con uno scivolone, mi sono imbarcata in un viaggio entusiasmante, ora sto per cambiare direzione. Questa è una “Life in Progress”, una vita in corso. La mia».

Una vita in corso che ci ha regalato negli anni emozioni fortissime. La vediamo, chiara nella memoria come fosse oggi, nel “Lago dei cigni” alla Scala, tanti anni fa; la sua Odile fu magistrale per il graffio diabolico della sua interpretazione; nel cuore abbiamo, sempre alla Scala, le sue Giuliette e le sue Manon con Massimo Murru, piene di passione e commozione, ma come non nominare la sua eletrizzante Kitri, la sua dolente e sensuale Bayadére, e poi i suoi tanti ritorni a Forsythe, dal fulminante “In the middle somewhat elevated”, ai tempi dell’Opéra di Parigi, a “Steptext” e alla partenership, ancora con Murru, in “6000 Miles Away”. La grandezza di Sylvie in prova l’abbiamo vista a Firenze, con MaggioDanza sotto la brillante direzione Ventriglia, in un “Steptext” memorabile ripreso con Classica HD, indimenticabile per chiunque l’abbia visto. Classe 1965, Sylvie danza ancora oggi in modo meraviglioso. Chapeau alla sua scelta, ma ci mancherà. That’s for sure.

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