Bolle e la danza diventa pop

Roberto Bolle all’Arena di Verona (foto Luciano Romano)

Domani sera, 29 luglio, Roberto Bolle & Friends danzeranno l’ultima tappa del loro tour estivo a Torre del Lago Puccini, e c’è da scommettere che anche lì non mancheranno di far furore tra i fans. Noi abbiamo visto la tappa del tour all’Arena di Verona: 13.600 spettatori in attesa del divo pronti a aspettarlo scaldandosi al ritmo di ripetute ola ola da stadio sotto la pioggia. E sono stati premiati.

Il pubblico all’Arena per Bolle (foto Luciano Romano)

Spettacolo incandescente, tifo da stadio per la danza, il gala ha ancora una volta provato lo speciale appeal mediatico di Bolle. Rischiarato il cielo, ecco gli 11 estratti, un mix di pezzi classici e titoli firmati da artisti di oggi. 5 danzati da Bolle di cui ben tre con la partner Polina Semionova.

“Passage”, coreografia di Marco Pelle, musica e video di Fabrizio Ferri (foto Luciano Romano)

Con Polina l’intesa è rapinosa: romantica e drammatica nel passo a due del cigno nero dal “Lago dei cigni”, sensuale nell’intramontabile “Carmen” di Roland Petit, cinematografica e passionale in “Passage” che gioca sul binomio video e danza dal vivo con coreografia di Marco Pelle, video e musica di Fabrizio Ferri. Il pubblico ha anche assai gradito il virtuosismo spettacolare di Alicia Amatriain con Bolle nel post-classico “Mono Lisa” di Itzik Galili e la seducente alchimia tra eleganza e complicità di “Sinatra Suite” di Twyla Tharp ballato da Bolle con l’icona di stile Julie Kent. Tra gli altri protagonisti del gala non sonon sfuggiti all’entusiasmo dell’Arena i voli nell’aria di Daniil Simkin, schiavo nel pas de trois del “Corsaro” e protagonista dell’accattivante “Le Bourgeois” di Ben Van Cauvenbergh sulla canzone di Jacques Brel.Cast completato dalla lirica Hee Seo, Eris Nezha, Cory Stearns, Skylar Brandt e Jason Reilly con hit come il passo a due del balcone da “Romeo e Giulietta” di MacMillan e “Ciaikovskij pas de deux” di George Balanchine. Orchestra dell’Arena di Verona, diretta da Julian Kovatchev.

 

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Il Vangelo secondo Sieni

“L’ultima cena”, quadro della tappa II de “Il Vangelo secondo Matteo”

Quello che ci resterà più nel cuore della seconda tappa del progetto di Virgilio Sieni, dedicato al “Vangelo secondo Matteo”, è la luce rosata, allungata morbidamente dall’ampia finestra ad arco, su quattro donne pugliesi, circondate da pomodori rossi. Siamo in uno degli spazi più belli del Teatro alle Tese, all’Arsenale. De “Il Vangelo secondo Matteo” di Sieni, direttore della sezione Danza della Biennale di Venezia, ho scritto su Il Manifesto di ieri, un evento vissuto come un prezioso tempo condiviso tra il pubblico e le molte persone provenienti da tutta Italia, coinvolte dal coreografo a Venezia nei 27 quadri coreografici del progetto.

Sono nove, i quadri della seconda tappa tra i quali passeggiare per trovare una via al proprio sguardo. Un’esperienza indimenticabile per l’armonia che piano piano si crea tra chi osserva e chi dà vita all’evento, come se lo spazio si trasformasse via via, lasciando negli occhi la visione miracolosa di una collettività unita.

Il quadro 10 è la “Crocifissione”, 43 persone della corale G. Savani di Carpi. È un canto magnifico che avvolge l’intero spazio dell’evento. In parte i 43 cantano, in parte si muovono, spostando due lunghi legni. È il momento della salita al Golgota, ma i 43 non sono mimesi del racconto, il loro gesto incarna il venir meno del corpo, la spossatezza,  un cammino comune verso la morte. Un rispetto commovente dell’azione in cui ognuno è individuo e gruppo. Le forme del gesto, della coreografia si ripetono, si rinnovano, trovano, nel corso dei 45 minuti dell’evento, lunghi attimi di unione con gli altri otto quadri tra i quali circola il pubblico. Accade, ogni tanto, che davanti, dietro, di fianco a noi, d’improvviso, senza guardarsi, tutti i partecipanti ai quadri levino le braccia verso l’alto, non giunte, ma aperte, una sorta di preghiera laica del corpo, voce di uomini e donne il cui gesto si fa comunità.

Si cammina e il suono dei piedi che si muovono nell’acqua della pozza del quadro 14, “Battesimo”, tocca a tratti l’orecchio del pubblico. Tre donne e un uomo di Venezia lo incarnano con i corpi vicini, le mani che si toccano. A destra e a sinistra del “Battesimo”, ci sono due quadri dallo stesso titolo: “Pietà_Deposizione“. Sono gli unici ad avere come protagonisti quattro danzatori professionisti di Sieni, con loro l’azione dell’accogliere e il sentimento condiviso si trasfigurano dinamicamente in coreografia, ma non di meno ‘danzatori’, in quanto in essi vive una tensione che abbraccia corpo e spirito, sono i partecipanti agli altri quadri, gente comune di ogni età, tra cui molti, magnifici anziani. Ecco le due coppie, una dal Trentino e una dalla Toscana, a consegnarci due modi di dare corpo al gesto dell’ “Annuncio dell’angelo a Giuseppe”, e ancora dal Trentino in 13 entrano nell’iconografia dell’ “Ultima Cena” che, diventando mobile, incarna la complessa dinamica delle relazioni umane. E se dalla Puglia sei donne, battendo le mani contro una fila di tavoli da scuola, danno voce al coraggio con il quadro “Fuga in Egitto”, nulla ci colpisce con la forza delle “Beatitudini“.

Le quattro donne di Pezze di Greco in Puglia, testimoni dell’antica cerimonia della filatura dei pomodori, ci parlano di un sapere trasmesso di generazione in generazione, un agire consapevole della natura, del tempo che passa, del nascere, maturare, morire. E così la ‘beatitudine’ diventa un saper stare al mondo nel dolore e nella felicità, un’immagine che scalda, da portarsi a casa nel chiarore della luce rosata di un tramonto veneziano.  

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Cosimi, sopra di me il diluvio

Paola Lattanzi in “Sopra di me il diluvio_ultima trancia” di Cosimi alla Biennale di Venezia

Nella giornata intensissima passata a Venezia per la Biennale Danza diretta da Virgilio Sieni, un posto speciale ha occupato l’ultima creazione di Enzo Cosimi, “Sopra di me il diluvio_ultima trancia”. Ne ho scritto sul Manifesto ieri, recensione di cui voglio resti traccia anche sul mio blog: è uno spettacolo in cui credo.

Un rumore sordo, avvolto in un fumo plumbeo, aspetta al Teatro alle Tese di Venezia, gli spettatori. Sulla sinistra della scena c’è una vecchia poltrona a fiori da cui partirà l’azione dell’unica protagonista, Paola Lattanzi. La coreografia, la regia, le scene, i costumi sono di Enzo Cosimi. Titolo: “Sopra di me il diluvio_prima trancia“, debutto assoluto della Biennale Danza 2014, diretta da Virgilio Sieni.

Sedendoci in gradinata, la scena ci colpisce con un impatto sensoriale. Siamo a un nuovo capitolo della scrittura di Cosimi che vive di abbacinanti contrasti. Nella memoria l’assolata gioventù di “Calore”, spettacolo del 1982, rimontato nel 2012, e il suo contraltare visivo e emozionale, “Welcome to my world“, parabola notturna, apocalittica. Paola Lattanzi era già era tornata a lavorare con Cosimi per “Welcome”. Se Cosimi è un coreografo che meriterebbe un premio per la lucidità creativa con cui da più di trent’anni esplora ciò che sceglie, Lattanzi, sua danzatrice storica, trafigge la scena con una personalità di altrettanto rilievo. Il suo movimento è abitato da un graffio androgino, una tensione dei nervi che dall’interno fa fremere il corpo. Una danza meravigliosa, irrefrenabile nella necessità di esserci.

Lattanzi, in poltrona, capelli sciolti e occhi neri come la pece, maglietta e mutande dello stesso colore, pelle lattea, e scarpe con il tacco, ha in mano una sorta di fossile, osso bianco che ricorda una gigantesca tibia, circondato in scena da altri simili reperti. Avanzi o cimeli di una era tribale, che, a contatto con la donna viva, fanno entrare in corto circuito il concetto stesso di tempo. Come se Lattanzi brandendo le ossa per la scena, schiacciasse con violenza una contro l’altra le epoche dell’umanità, gettando una luce livida, realistica, su cosa sia l’uomo contemporaneo. Gambe aperte, fossile stretto tra le cosce, scosse ripetute, Lattanzi incarna l’Eros come forza primigenia e vitale. Una sorta di dea animale che marca come una furia ferita il perimetro del suo territorio, la scena. È una belva che misura il terreno, lo studia, aggredendolo con sguardi e passi, feroci come lame di coltello.

Lattanzi ha fatto il giro dello spazio. A terra, si toglie i tacchi, si stira con potenza, preparandosi, più ferina che mai, alla conquista del mondo che sta dentro al perimetro. Il fumo è ora una nebbia striata di bianco che aleggia sulla scena con nubi alte e orizzontali. La danzatrice affronta guardinga lo spazio più centrale di un territorio che sembra popolarsi di fantasmi da sopraffare. Affonda il viso in una scatola, lo rialza con in bocca strisce di stoffa rosso fuoco. La furia ha catturato la sua preda.

«Chi siamo noi oggi?» – sembra dirci quella testa che si scuote. «Belve che uccidono, pronte a tutto pur di essere i più forti, o anime disperate, eroiche nel tentativo di farsi sentire?» I fossili intanto diventano collane da portare in un rito che profuma d’Africa. La musica, un mix di Chris Watson, Petro Loa e Jon Wheeler, è sempre più densa, ma anche piangente, con voci lontane che crescono e si sovrappongono. L’Africa diventa l’immagine portante che dal piccolo monitor televisivo posizionato in centro alla scena si estende nel film proiettato sullo sfondo (toccante video di Stefano Galanti), culminante nella figura di un bimbo in controluce.

Il piccolo rema su un fiume in una calma che dà respiro. Innocente, con il suo movimento pacato e naturale, affianca uno scenario altro alla rabbia focosa, conflittuale di Lattanzi. Il ritmo lento dei remi nell’acqua trasforma l’urlo tragico della fiera in un grido di battaglia contro la morte, contro la fine, contro l’oltraggio della natura. E così quelle mani sulle costole che spingono il corpo contro se stesso in una lotta che non può risolversi, quei fossili che diventano fucili, quei resti di chissà chi con i quali vestirsi, fanno esplodere il cuore nella danza finale di questa straziante capo tribù sola. 40 minuti esemplari, che trascinano con sé il pubblico in un moto emotivo senza pause e inutili ripetizioni. Ed Enzo Cosimi, ancora una volta, eccelle per la potenza drammaturgica di una scrittura coreografica perfetta nei tempi e nella struttura spettacolare.

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