Debutto per Preljocaj alla Scala

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È la prima creazione firmata da Angelin Preljocaj per i ballerini del Teatro alla Scala: “Winterreise” debutta al Pierimarini giovedì, ma già domani il balletto è in scena grazie all’anteprima a favore della Fondazione Francesca Rava  – N.P. H. Italia Onlus. L’intero ricavato della serata sarà devoluto all’Ospedale NPH Saint Damien di Haiti, struttura d’eccellenza dedicata alla pediatria progettato e realizzato dalla Fondazione. 

Angelin Preljocaj ha coinvolto nella creazione 12 danzatori: «La “Winterreise” (Viaggio d’inverno) di Schubert è una partitura che amo da tempo. Una meraviglia. Da anni volevo dedicare una creazione a questi Lieder, ma dovevo trovare l’occasione giusta. Quando ho scoperto il progetto del sovrintendente Alexander Pereira dedicato al binomio tra balletto e musica da camera mi sono detto, questo è il momento giusto per “Winterreise”. 

Ho sentito questa partitura, che uso nel suo organico originale per pianoforte e basso-baritono, vicina a “I dolori del giovane Werther” di Goethe, c’è una melanconia simile, come un suicidio al rallentatore. Sento dentro questa musica il desiderio della morte unito alla ricerca della “petite mort”, dell’apice della passione fisica». 

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24 momenti in cui vivere la tristezza e la gioia di un un uomo che sta compiendo il suo ultimo viaggio: un percorso declinato nei 12 danzatori, ambientato in un evocativo giardino d’inverno (scene di Constance Guisset, luci di Eric Soyer) in cui il rimando all’autunno si apre a momenti di esplosione del colore. 

In scena con i dodici danzatori il basso-baritono Thomas Tatzl e, al pianoforte, James Vaughan.

Per saperne di più, oggi alle 22, al ridotto dei Palchi Toscanini l’incontro del ciclo Prima delle prime – Balletto, titolo “Danzatore sono arrivato e danzatore parto” con Marinella Guatterini

Repliche fino al 9 marzo.

Recensirò lo spettacolo sul manifesto di sabato. 

photo courtesy Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

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Golden Lion to Alessandro Sciarroni

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Bravo a Alessandro Sciarroni, Leone d’Oro alla carriera per la sezione Danza della Biennale di Venezia (Golden Lion for Lifetime Achievement). È il primo italiano a ricevere questo riconoscimento nella storia del Premio dato finora a Merce Cunningham (1995), Carolyn Carlson (2006), Pina Bausch (2007), Jirí Kylián (2008), William Forsythe (2010), Sylvie Guillem (2012), Steve Paxton (2014), Anne Teresa De Keersmaeker (2015); Maguy Marin (2016); Lucinda Childs (2017); Meg Stuart (2018).

Questa la motivazione del Premio: «Performer, coreografo e regista, con alle spalle una formazione nell’ambito delle arti visive e diversi anni di pratica teatrale, Alessandro Sciarroni è un coreografo italiano che crea in risonanza con l’arte della performance. È il direttore d’orchestra dei danzatori e di tutti coloro che, provenienti da diverse discipline, invita a partecipare ai suoi progetti. Costruisce dei concentrati di vita al limite dell’ossessione disponendoli attorno a eventi scelti delle nostre vite fragili e ordinarie. Mette in scena i nostri corpi quotidiani in uno spazio che amplifica l’insistenza a trovare la falla che ci addolcirà e solleverà»

«A performer, choreographer and director, educated in the visual arts and with several years of experience in theatre, Alessandro Sciarroni is an Italian choreographer who creates in resonance with performance art. He is the conductor of the dancers and all of those whom, trained in different disciplines, he invites to participate in his projects. He builds concentrates of life at the limits of obsession, organizing them around events chosen from our fragile and ordinary lives. He puts our everyday bodies on stage in a space that amplifies insistence to find the fault that will soften and relieve us». 

Qui il link al corto che ho diretto e girato a Venezia, realizzato all’interno della serie “dancewords in motion” concepita per l’edizione digitale inglese Danza&Danza International. Intervista di Maria Luisa Buzzi, corto coprodotto con la rivista Danza&Danza. (Here the link to the short I directed and shot in Venice, for the series dancewords in motion conceived for the English digital edition of Danza&Danza International in 2017. Interview by Maria Luisa Buzzi, coproduced with Danza&Danza). 

©photos Andrea Macchia

 

 

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docufilm per Fattoria Vittadini da stasera su Classica HD

Da stasera, su Classica HD (Sky, canale 136) va in onda il mio docufilm dedicato al collettivo italiano Fattoria Vittadini

E’ il 2009 quando undici giovani neodiplomati alla Scuola Paolo Grassi di Milano decidono di proseguire il cammino comune intrapreso durante i tre anni di studio all’allora Atelier di Teatro-Danza, dando una forma e un nome al desiderio di restare uniti, seppure così numerosi ed eterogenei.

Nasce così Fattoria Vittadini, un collettivo di danzatori-coreografi animato da un’estetica molto precisa sebbene frutto della pluralità di punti di vista dei suoi fondatori: Mattia Agatiello, Chiara Ameglio, Cesare Benedetti, Noemi Bresciani, Pieradolfo Ciulli, Maura Di Vietri, Gabriele Marra (non più nell’attuale compagine), Riccardo Olivier, Francesca Penzo, MariaGiulia Serantoni, Vilma Trevisan.

Proprio la condivisione e l’intreccio di percorsi comuni, progetti individuali interni ed esterni al gruppo, nonché l’apertura ad artisti ospiti sono la carta d’identità di Fattoria Vittadini. Una compagnia liquida, metamorfica, capace di mettersi in gioco negli anni con coreografi e registi come Lucinda Childs, Yasmeen Godder, Virgilio Sieni, Giulio D’Anna, Ariella Vidach, Maya Weinberg, Matanicola, Daniel Abreu.

Un caso emblematico nel panorama della danza italiana contemporanea, un modello di compagnia coraggioso e a tratti spregiudicato che festeggia nel 2019 i dieci anni di vita.

Ho seguito Fattoria Vittadini per tre mesi per realizzare un documentario che provasse a raccontare i dieci giovani danzatori e autori e il loro mondo un po’ incasinato, come cita il giocoso titolo it’s a little Bit messy…, espressione coniata da Maya Weinberg durante la creazione di My True Self, diventata un mantra della compagnia. Classica HD ha seguito con me alcuni spettacoli chiave presenti nel documentario. 

Il documentario à stato presentato in anteprima allo Spazio Fattoria, la prima sede della compagnia, alla Fabbrica del Vapore di Milano. È in onda in prima assoluta da stasera, 27 dicembre alle 21.40 su Classica HD (Sky, canale 136), in replica sabato, il 2, il 6, l’11, il 15 e 21 gennaio in orario da consultare su mondoclassica.

Note di regia. In Italia la danza contemporanea è una sfida coraggiosa che la compagnia di Milano Fattoria Vittadini incarna con energica baldanza. Mattia Agatiello, Chiara Ameglio, Cesare Benedetti, Noemi Bresciani, Pieradolfo Ciulli, Maura Di Vietri, Riccardo Olivier, Francesca Penzo, MariaGiulia Serantoni, Vilma Trevisan rappresentano un percorso speciale in Italia: hanno condiviso da giovanissimi gli anni della formazione alla Civica Scuola Paolo Grassi di Milano, si sono diplomati ventenni e invece di disperdersi hanno fondato con determinazione un collettivo.

Il documentario è un racconto in prima persona di dieci giovani danzatori e autori che si confrontano con vitalità e consapevolezza su un percorso pieno di progetti che nel 2019 compie dieci anni. Un documentario alla scoperta dell’identità di un gruppo composto da personalità diversissime: danzatori autori che misurano la loro visione dello stare in scena in spettacoli firmati da coreografi esterni come in creazioni a loro firma.

Un collettivo in costante fermento che ha appena inaugurato la sua prima sede alla Fabbrica del Vapore di Milano e che ha scelto di festeggiare i suoi primi dieci anni con una personale dal titolo giocoso “it’s a little Bit messy…” ripreso scherzosamente dal documentario, invadendo la città con spettacoli a MilanOltre, al teatro Filodrammatici, al Franco Parenti, a zona K, al Teatro I. Una personale che con “My.True.Self.revisited” di Maya Weinberg riscrive con brio il primo pezzo di Fattoria Vittadini, che riprende il corrosivo “To this purpose only” dedicato all’Italia del duo berlinese matanicola, che rielabora nella novità “Salvaje” un lavoro firmato da Daniel Abreu, che debutta in tante creazioni a firma interna. Un racconto sulla danza contemporanea italiana del terzo millennio.

 

 

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Tempo di Bayadère

L’appuntamento è il 13 novembre alle 20.15 nei cinema di mezzo mondo: in diretta dal Covent Garden di Londra arriva sul grande schermo La Bayadère nella versione di Natalia Makarova con il Royal Ballet per la distribuzione in Italia della Nexo Digital. La serata è da non perdere per molte ragioni: il cast, con Marianela Nuñez nella parte di Nikija, Natalia Osipova (di cui segnalo la ricca storia di copertina sul numero di Danza&Danza in edicola) nel ruolo di Gamzatti, Vadim Muntagirov in quello di Solor e i confronti a distanza che i cartelloni italiani, europei e russi suggeriscono. 

In settembre è stato un godimento vedere alla Scala in ben tre cast diversi, uno dei quali con il nostro Jacopo Tissi, la versione del grande classico orientaleggiante di Petipa di Juri Grogorivich con un Bolshoi in forma superlativa: ne ho parlato su Danzon e con un pezzo d’apertura della pagina spettacoli sul manifesto (recuperabile per chi lo volesse leggere sul sito del giornale, basta iscriversi). Nella versione al cinema ci sarà anche l’atto del crollo del tempio, che la Makarova ha voluto conservare, assente invece dal taglio di Grigorovich anche se alcune sue parti sono recuperate nell’atto precedente. 

Bayadère in questi giorni (è di nuovo in scena stasera) è alla Staatsoper di Berlino con lo Staatsballet nell’attesa versione di Alexei Ratmanskij che a partire dai famosi quaderni di notazione Stepanov custoditi ad Harvard ha rimontato il capolavoro di Petipa con squisitezze filologiche. Protagonista principale un’altra diva del nostro tempo: Polina Semionova. Ne parlerà sulla rivista Danza&Danza prossimamente da Berlino il direttore Maria Luisa Buzzi

Polina Semionova in "La Bayadère" di Ratmanskij, Staatsballet di Berlino foto Yan Revazov

Polina Semionova in “La Bayadère” di Ratmanskij, Staatsballet di Berlino foto Yan Revazov

Ma anche in Russia è tempo di Bayadère. Sta infatti per tornare in scena al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo dal 14 al 16 novembre la versione di Vladimir Ponomarev e Vachtang Chabukiani. Il 14 Nikjia è Yekaterina Chebikina, Solor Timur Askerov, Gamzatti Yekaterina Osmolkina. Il 15 a danzare sarà Alina Somova con Vladimir Shklyarov e Nadezhda Batoeva, il 16 Ekaterina Kondaurova con Anastasia Kolegova e Andrei Yermakov. Sarò a San Pietroburgo in quei giorni con l’Accademia Teatro alla Scala, ne parlerò! 

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Effetto Manon

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L’Histoire de Manon è una cartina al tornasole. Ogni volta che si torna a vedere questo dance drama di Kenneth MacMillan, il brivido scorre solo e se l’anima degli interpreti vibra nella linea coreografica. Dal 1994, primo anno in cui il balletto è stato portato alla Scala con una emozionante Alessandra Ferri in coppia con Julio Bocca (sopra nella foto), non ho perso una ripresa. L’ho amato negli anni sempre con Ferri insieme a un Bolle nel candore della gioventù, nella coppia Massimo Murru-Sylvie Guillem, nella partnership Osipova-Coviello… 

Ferri lo danzò da giovanissima a Londra, lavorando con lo stesso MacMillan. Ci disse in quel lontano 1994 ricordando la sua prima Manon ballata a 19 anni: «A quel tempo il mio massimo desiderio era danzare Giulietta. MacMillan era un coreografo che svelava i suoi personaggi in poche frasi. Un giorno mi guardò e mi disse che voleva vedermi danzare Manon. Io ribattei che non capivo quel personaggio. E lui mi disse: “appunto per questo lo devi fare. Manon è una ragazza che si butta nella vita senza pensarci due volte“. Fu un successo. 

Un balletto che quanto vuole una Manon dentro nel ruolo, dalla frivolezza alla tragedia, esige un Des Grieux altrettanto in parte. Per questo bisogna sempre tornare a riguardarsi il primo Des Grieux di Anthony Dowell. Quella sua prima dichiarazione d’amore nel primo atto, danzata sulla diagonale, variazione difficilissima, in cui però ciò che fa la differenza è il legato più che il singolo passo, il legato che attraverso la coreografia comunica il sentimento. Un ripasso visivo da youtube rende l’effetto: 

Su Manon in youtube si trova di tutto: qualità di ripresa molto variabile, ma che bellezza rivedersi i passi a due finali tra Bolle e Ferri, tra Guillem e Murru, o l’arrivo in Louisiana di Coviello-Osipova. Cercate e troverete tutto. Nel documentario già citato su Kenneth MacMillan di cui ho dato il link in un precedente post, ripreso divinamente c’è il passo a due finale tra Guillem e Cope accompagnato dalle parole di Alessandra Ferri: da manuale!

Dell’attuale ripresa scaligera, aperta dalle due star Bolle e Zakharova, ci è piaciuta la coppia Nicoletta Manni – Timofej Andrjashenko e non solo loro. Nicoletta è entrata nel ruolo con molta partecipazione, bella la sua entrata con lo sguardo abbassato e il lavorio di caviglie sulla musica del Crepuscolo, abbandonata e volubile nei passi a due in camera da letto, drammatica nell’ultimo atto. Non era la sua prima Manon, mentre per Timofej era il primo Des Grieux. Una partnership in un titolo da ripetere, si spera molte altre volte, in cui è palpabile l’alchimia tra i due, sotto ripresi in uno scatto alla Scala. 

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Con loro un fantastico Lescaut in carne e ossa, perfido, violento, ambiguo, amorale, grazie all’interpretazione smagliante nella tecnica e attorale nell’interpretazione di Christian Fagetti. Il passo a tre nella camera da letto del primo atto (immagine sotto) con Fagetti, Manni e Mick Zeni, perfetto nella parte di Monsieur G.M. dà la misura di cosa significhi mercanteggiare Manon soppesandone la figura in un intreccio coreografico pieno di leitmotiv che sarà poi ripreso e straziato nella scena del terzo atto con il carceriere.

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Commozione pura ha riservato al pubblico il terzo cast formato da Emanuela Montanari e Claudio Coviello. Una crescita nei ruoli di atto in atto fino al culmine del terzo: dall’arrivo in Louisiana alla morte nella palude, Montanari e Coviello danzano portando alle lacrime: personaggi compresi nel profondo e quindi resi con intelligenza e autenticità attraverso sfumature dinamico/espressive che fanno brillare la coreografia. Di getto ho scritto su Instagram a riguardo: Claudio Coviello, musicalità piena di racconto e commozione, ripresa da manuale (alla Dowell) della variazione sulla diagonale con accenti drammatici delle linee; Emanuela Montanari, corpo parlante che piega con verità il movimento nella sofferenza. 

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Un esempio: pensare a quelle arabesques intrecciate una dopo l’altra nel passo a due finale prima del lift, non va vista la bellezza dell’arabesque in sé ma la stanchezza di qualcuno che sta morendo e lo si vede nella testa che si abbandona, nel corpo distrutto che è visione dello spirito, non nell’altezza della gamba. E Montanari non sbaglia un accento. Così è anche l’attimo conclusivo della scena, con Manon morta, sdraiata a terra: si riveda Dowell per capire come la tragedia non è nel grido enfatico, ma nell’abbracciare chi si ama e non risponde più, in quel tenerle la mano. E qui ecco di nuovo un grande Coviello. Con la coppia ha lavorato come maitre Massimo Murru, il suo tocco è presente.

Stasera ultimo cast: Virna Toppi e Marco Agostino. Peccato non poterli vedere! Sono via. Se qualcuno è in Scala stasera, scriva qui un commento. 

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Foto courtesy Teatro alla Scala

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